"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
lunedì, 14 dicembre 2009
XIX*

Lo studio e la lettura si sono fatti pesanti, attività che mi costano un'immensa fatica. E dato che non faccio molto altro è come se vi avessi detto che l'intera mia esistenza è ora ottenebrata da una stanchezza di fondo. Una stanchezza epocale e paralizzante.
Segno del tempo che passa, e di un destino silenzioso e meschino. La storia della mia vita si giocava tutta lì, nello studio metodico e razionalmente programmato per il riscatto della vita che avrei potuto vivere, un giorno, più "semplicemente". Ed è con ogni probabilità una cosa che anche voi avete fatto, che anche a voi hanno insegnato, tramite la scuola e la famiglia. Ma, vi chiedo, come avete potuto non accorgervi dell'inconsistenza del nesso sotteso alla cosa? Come avete potuto non prendere coscienza del fatto che stavamo lottando e sgomitando per qualcosa che non sapevamo com'era? E, soprattutto, perché non me l'avete detto?
A volte mi assale una strana sensazione, una specie di vertigine dell'anima che mi suggerisce di aver sempre saputo come stavano le cose e la colpa, stavolta sì mia, di non averlo detto a voi. Ma non me ne vogliate, cose che capitano. Forse volevo un po' di compagnia, e per questo ho ho ritenuto più opportuno credere a qualcosa piuttosto che smascherare l'eterno inganno, come se non avessi letto Nietzsche. Come se volessi vivere nella menzogna. 
Solo che, oggi, la verità mi richiama al suo nulla. 
Scritto da: 5555555555 alle ore 15:14 | link | commenti (1) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, prosa, società
sabato, 05 dicembre 2009
 XVI*

Entro nel bar alle sei e mezza. È dicembre da qualche ora. Faccio le solite cose: sospiro all'ingresso, cerco il portafoglio nella tasca interna del cappotto e penso a quanto la vita sia difficile. 
Dopodiché vedo te, seduto ad un tavolino con altri essere quasi umani. L'incrocio dei nostri sguardi mi suggerisce l'idea che tu abbia riconosciuto subito l'uomo che ora hai davanti. Venti anni fa tu e i tuoi compari mi avete riempito di botte sotto i pini all'uscita del campo comunale. Estate inoltrata, un primo pomeriggio scoppiettante di odori e di luci, diventato lo spettrale ricordo di un desolato pestaggio. So anche che tu avevi capito che quello che più mi aveva fatto male non erano gli schiaffi o i calci, ma la percezione della mia debolezza, l'incapacità di reagire (è per questo che poi dissi che un'ape mi aveva punto sul labbro). E sono sicuro che il sogghigno che mi regali adesso sia dovuto alla coscienza del fatto che stai nuovamente affermando su di me la tua forza, il tuo dominio. 
Chiusa la porta dietro di me, l'aria fredda mi penetra, e passando attraverso i pori della mia pelle, giunge fino al cervello, purificandomi. Dopo qualche secondo, così, te ne torni nuovamente al passato. Una delle tante cose destinate all'indifferenza dello scorrere del tempo. Giorni, mesi, anni: finiranno tutti su di un grande schermo nero, privo di immagini, e tu con loro. Sarà come al cinema al termine di uno spettacolo. E io riderò di questo, e di te, se potrò vedermi morire. 

Scritto da: 5555555555 alle ore 18:15 | link | commenti | categoria: riflessioni, frammenti, prosa
sabato, 28 novembre 2009
 XV*

La fatica del concetto. Che lì, tra una nota a piè di pagina e un inciso più importante dell'intero paragrafo, si consumi uno scempio, non è cosa che tocchi nessuno. In effetti il mondo continua a girare. Epperò io mi ci perdo a seguire i pensieri di un me stesso passato prossimo e a scorgere tutte le imprecisioni, i passaggi sconnessi e ingiustificati. 
Rumino. La cosa mi sta tormentando, perché vedo perdersi buone intuizioni come un gabbiano volerebbe lontano dalla riva: per l'ultimo viaggio, senza ritorno. 
Questo comunque il cruccio: possibile che pensassi così male? Certo, è vero che non ho avuto molto tempo per lasciar maturare la cosa e intervenire coi tagli giusti, ma possibile che pensassi davvero così male?
Altra questione: odio lamentarmi delle cose scontate. E apparire ipercritico "a gratis". Tendo, in genere, a fare come un "vero" uomo: prendo atto, soffro, ci piango la notte prima di addormentarmi, ma poi non lo dico a nessuno. 
Ecco, in realtà non è successo niente. Anche se dovesse accadere di nuovo.
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:29 | link | commenti (2) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, prosa, autocritica, autobiografismi
venerdì, 27 novembre 2009
 XII*

Ero in macchina. Davanti avevo una chiesetta di provincia, una di quelle che pensi che potrebbe avere a che fare con tutto tranne che con la religione. Ma c'era uno striscione enorme con una citazione credo da Matteo, del tipo: "Coraggio, sono io! Venite, non abbiate paura". Per questo motivo qui ho cominciato a pensare che in effetti la società in cui viviamo si è da sempre retta sulla finzione della letteratura. D'altra parte, tutte le culture di questa terra hanno ad un certo punto dato a loro stesse un testo di riferimento, una storia, un mito originario. Di quelle culture che non l'hanno fatto abbiamo meno che un ricordo, il che rende ininfluente il fatto che siano esistite realmente. 
Questo, pensavo, fa sì che l'identità di una cultura dipenda dalla capacità di certi esseri umani di raccontare una storia e di credere ad essa. Finché qualche stronzo prende e comincia a dire che non ci crede più, e allora via con un'altra finzione ecc.
Scritto da: 5555555555 alle ore 20:36 | link | commenti (3) | categoria: riflessioni, diario, appunti, frammenti, prosa
lunedì, 08 giugno 2009
LXXXIII

Questo post è dedicato a N.

Dopo qualche tempo di forzata lontananza da qui, lascio una traccia del perpetuarsi della mia esistenza. Si tratta di una cosa che leggevo oggi e che mi ha fatto pensare alla situazione che stiamo vivendo attualmente in questo paese. Ci sono almeno due passaggi di quanto andrò a citare che ci riguardano molto da vicino, indovinate voi quali:

    
È (...) compito della scienza (...) risvegliare in tutti la sensazione che questo mondo è diventato denso di pericoli, e di far conoscere quanto sia importante che tutti gli uomini, indipendentemente dai pregiudizi nazionali o ideologici, uniscano i loro sforzi per affrontare questi pericoli. Naturalmente è più facile dire che fare, ma in ogni caso si tratta d'un dovere a cui non è più possibile sottrarsi.
      Lo studioso si trova personalmente di fronte all'amara necessità di dover decidere, senza preconcetti, in base alla propria coscienza, quale sia buona o, addirittura, quale tra due cose sia meno cattiva.  Non possiamo ignorare che grandi masse popolari, e con loro i potenti che le governano, agiscono spesso in modo insensato, accecate da pregiudizi. Chi presta loro l'appoggio delle sue conoscenze scientifiche si può trovare facilmente nella situazione di cui parla Schiller nei suoi versi: "Guai a chi presta all'eterno cieco la fiaccola celeste della luce; essa non gli largisce i suoi raggi, essa non può che incendiare, essa incenerisce città e province."

WERNER HEISENBERG



Scritto da: 5555555555 alle ore 20:34 | link | commenti (6) | categoria: politica, riflessioni, diario, filosofia, fisica, critica, attualità, società
mercoledì, 04 marzo 2009
LXXX

(26) Possibile incipit di una storia fantastica: Faccio fatica a pensare che possa veramente accadere qualcosa. È tutto così indefinibile, così oscuro. Ogni cosa è così mescolata all’altra che sembra non esserci niente. È così faticoso cercare di fare la differenza
…ma devo dire qualcosa, ne avverto l’improrogabile bisogno ormai da tempo.
«Eccomi! Sono io! Il martire di tutte le parole che incespicano nell’ombra.»

(27) Scrivere fa scorrere il tempo più in fretta.

(28) Un grande scrittore è l’economia di tutti i linguaggi.





Scritto da: 5555555555 alle ore 14:40 | link | commenti (7) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, prosa
lunedì, 24 novembre 2008
LXXII

Per tutti quelli che hanno incontrato qualcuno

(25) La sveglia suona relativamente presto. Sono da solo in casa e fa freddo. Sento la pioggia che batte sulla ringhiera del balcone. So che sta aspettando me.

La guardo attraverso il finestrino prendere il suo libro. Mi sorride e poi distoglie subito lo sguardo. Me ne vado poco prima che il treno parta. Forse sarei dovuto andare con lei, almeno per dimostrare a me stesso che non era vero quello che pensavo. Nessuno avrebbe potuto amarla più di me, anche se oggi io non avevo il mio ombrello.



Scritto da: 5555555555 alle ore 17:10 | link | commenti (4) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, prosa
venerdì, 14 novembre 2008
LXXI

Lettera aperta all’Italia che muore

È terribile morire di sete in mezzo al mare.
Dovete voi dunque salare subito tanto la vostra
verità che essa non estingue più la sete?

FRIEDRICH W. NIETZSCHE

Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione
di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.

SERGIO BOLOGNA

Cara Italia,

Ho più di vent’anni e anche meno di venticinque. Sono troppo giovane per morire ma abbastanza vecchio per rendermi conto di essere senza futuro.
Sono nella mia stanza, stasera, che guardo tutti questi libri che ho comprato negli ultimi anni. Ho speso tantissimi soldi: bancarelle, librerie, internet. Ne ho comprati davvero tanti, e molti li ho persino letti. Ora sto scrivendo una bella tesi di laurea in filosofia. Grazie Italia.
Perché mi hai permesso di scoprire la filosofia in un liceo di provincia. Perché mi hai dato un professore che mi ha fatto innamorare della filosofia. Che mi ha spiegato Platone, Aristotele e Hegel come meglio non poteva. Grazie Italia.
Perché mi hai dato la possibilità di iscrivermi ad una università. Sono 5 anni che vi studio quello che mi piace. Ho finito tutti gli esami in tempo e ho deciso di dedicare un anno a questa tesi. Sai che l’argomento su cui sto scrivendo lo studio da 3 anni? Grazie Italia.
Mi hai dato l’opportunità di crescere in un’istituzione fatiscente e declinante. In questi cinque anni ho dato esami su materie improponibili e ho dovuto sopportare gente che ai corsi è stata capace di dire che il “dionisiaco” di Nietzsche è come “il carnevale di Rio”. E come immaginerai, non mi riferisco a nessuno dei miei colleghi. Grazie Italia.
Perché mi hai fatto studiare in un’Università feudale. Con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento hai permesso che si moltiplicassero ad libitum le cattedre, in sostanza non facendo altro che ratificare l’esistenza delle cosiddette baronie. Tutti gli ‘amici’ di Tizio e i gli ‘amici degli amici’ di Caio sono assurti al ruolo di magnifici luminari e, pur di permettere loro di fare qualcosa, hai creato cattedre di Storia della filosofia austroungarica degli anni zero. Invece di fare qualcosa contro questa prostituzione del sapere, hai preferito risolvere il problema svendendolo gratis. Grazie Italia.
Perché in una delle assemblee a cui ho partecipato, ho sentito un ‘precario della ricerca’ dire che ci avevano truffato. Che quando da piccoli ci dicevano che con lo studio saremmo arrivati lontano, be’, ci stavano raccontando una balla colossale. Ci hai preso in giro. Grazie Italia.
Hai permesso che Dario Farina perdesse un concorso per ricercatore a favore di un tizio che aveva ventotto pubblicazioni in meno. Hai lasciato che Dario Farina emigrasse. E come lui tanti altri. Grazie Italia.
Tu hai permesso che il valore sul mercato delle nostre lauree diventasse pari a zero. Hai deciso che dovevamo fare duecento master e settecento corsi e duemila concorsi per garantirci il precariato a vita. Sei riuscita a distruggere ogni speranza per le nostre vite con una politica economica selvaggia e vantaggiosa solo per pochi manager plenipotenziari. Grazie Italia.
Tu premi il nullafacentismo e il nepotismo. Tu preferisci le sofisticherie del potere al merito dell’intelligenza. Mi hai insegnato che chi va avanti nella ricerca è chi è protetto dal professore giusto. Mi hai insegnato che ai concorsi non vince quasi mai il migliore ma il più ‘adatto’. Mi hai insegnato che non vuoi opporti alla formazione di lobby del potere e che anzi ne incentivi la proliferazione e addirittura ne sancisci la legalizzazione. Grazie Italia.
Solo perché ho incontrato una persona che in questi anni mi ha ‘insegnato’ veramente qualcosa non posso ringraziarti. Un’istruzione di prima qualità, in un paese come il nostro, non dovrebbe essere l’eccezione, ma la regola. Grazie Italia, perché la mia formazione finirà nel vuoto.
E infine ancora grazie Italia, perché almeno sarò in buona compagnia.

P.S. Io domani non sarò a Roma con tutti gli altri. Io domani resto qui solo perché non sarebbe giusto partecipare ad una cosa così grande dopo essere mancato, di fatto, al piccolo. Sono mancato al fermento di questi giorni perché ho voluto scrivere e sacrificare il mio tempo a quello che ritengo l’ultimo atto d’amore verso la materia che con tanta passione ho studiato negli ultimi anni. E questo per un motivo molto semplice: perché dopo non potrò più studiare così.
Ma voglio dire a tutti quelli che hanno a cuore le sorti di questo paese, che il problema non è la Gelmini, e forse nemmeno Berlusconi. Berlusconi e la Gelmini sono solo una conseguenza di quello che la nostra storia ha prodotto in questi anni. Siamo noi che li abbiamo voluti.
Dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi – e questo a cominciare da chi scrive. Solo dopo potremo cominciare a pensare che si possa cambiare qualcosa di molto più importante.

In fede,
5555555555

                                           
Scritto da: 5555555555 alle ore 03:25 | link | commenti (7) | categoria: politica, riflessioni, diario, prosa, autocritica, attualità, società, autobiografismi
lunedì, 25 agosto 2008
LXIV

(22) "Il tempo passava adagio, come fa negli alloggi vuoti" (C.PAVESE, La bella estate). Pavese qui dice che lo scorrere del tempo dipende da una certa distrubuzione dello spazio. Ma non è solo questo: v'è un elemento ulteriore che qualifica questo stesso spazio: e cioè il fatto che questo spazio sia vuoto, cioè che non ci sia niente, probabilmente non nessuno, poiché per enunciare la frase, per dire che c'è uno spazio vuoto, c'è pur sempre bisogno di qualcuno che lo dica. Di qualcuno, un essere forse umano che, guardando il soffitto e scoprendo che certe macchie d'umidità gli ricordano le facce di vecchi amici, possa dire che quello spazio è veramente vuoto.

(23) André Gide definisce l'etica come "scienza della utilizzazione perfetta di sé per mezzo di una costruzione intelligente" (da L'immoralista). Ora, in che senso l'etica può essere considerata una scienza? Si tratta di una pretesa legittima? Volendo muoversi attraverso qualche definizione grezza ma non per questo poco veridica, potremmo dire che se l'etica vuole essere scienza, allora essa deve mascherarsi come tale: ordinare conoscenze attraverso un metodo; determinare una regione dell'essere come oggetto, ossia come contenuto obiettivabile dell'essere; aspirare alla verità. Ma, fatto questo, e volendo per un attimo prescindere da ogni critica di tipo genealogico, non è che poi quest'etica che si concepisce come scienza finisce per essere una vuota deontologia?

(24) La poesia che apre l'omonima sezione di Ossi di seppia ha per tema - sempreché una poesia possa avere un tema - la negazione, o le negazioni. La prima e l'ultima strofa si aprono con un "Non" e l'ultima strofa ne presenta altri due, in corsivo, nell'ultimo verso. Nel dettaglio: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato. / Ah l'uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro! / Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Sotto avevo annotato a matita quanto segue: la negazione: timida affermazione di un'identità attraverso la negazione. Quasi che noi fossimo il resto di un'esclusione.
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:18 | link | commenti (2) | categoria: poesia, riflessioni, appunti, letteratura, frammenti, filosofia, prosa
sabato, 09 agosto 2008
LXII

“…mi domandavo spesso se un giorno o l’altro
non sarei morto di fatica a forza di affrontare
continuamente la solitudine”

DOUGLAS COUPLAND

La vita in due è tutta un’altra cosa.
Me lo dicevo ieri notte parcheggiando la macchina nel cortile. Era l’una passata. Tirando su i finestrini mi guardavo intorno e osservavo la campagna. Prima dritto davanti a me, e poi a destra, dove c’era il vecchio mandarino a prendersi quasi tutta la visuale. Aprendo la portiera per scendere, ho pensato a quante volte ero tornato da solo a casa; cioè a quelle volte in cui ero tornato proprio da solo e mi accorgevo di non avere nessuno. Ma proprio nessuno.

Quando ti assale una depressione così improvvisa e immotivata, si sa, l’unica soluzione è andartene a dormire, senza troppa premura per te stesso o per le cose del mondo. Così ho chiuso gli occhi. E ho pensato a te.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:04 | link | commenti (8) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, religione, esercizi di stile, prosa, autobiografismi
Chi Sono
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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