"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
LXXXII
Pensavo di farmi del male con della caffeina tra i vapori di benzina e la luce rossa di questa notte in cui guardo l'oscuro segreto della terra in cui sono cresciuto
Mi chiedo se una ragione può bastare a giustificare un'esistenza,
anche innata,
solo che tu non potevi saperlo
Nel garage ci sono le api
una mi ha anche punto
io ho deciso di non dormire più così non mi dimentichi
che poi chissà se è vero quello che sei
io non posso dirlo
Oggi ha piovuto e ora le foglie sono bagnate
la luce dei lampioni illumina il mio dolore -
sono lampioni che abbiamo fatto mettere da poco-
Scrivere poesie non ha senso
andare all'università nemmeno
mi fa male la mano
chissà se ne hai una ancora per me
ci sono tanti libri qui
ho persino un tagliacarte che mi ricorda la mia morte
e la cosa mi pesa ancora di più perché sono vivo
Ho scritto un biglietto accanto al mio nome:
ci ho scritto cosa devo fare della mia vita
che poi io non so nemmeno bene cosa faccio
hai le mani blu
i tuoi sogni sono delfini impolverati
La mia memoria:
ecco, vorrei che la mia memoria svanisse come in quel film
ci scriverò su un romanzo
eppure io lo so che poi la memoria ti tradisce
se credi di aver dimenticato sei perduto
un dio - uno qualsiasi - ti ha già giocato
ad Einstein non va bene così
ma Einstein capirà
d'altronde tu e io siamo un fodero per occhiali.
Il letto è dietro di me
davanti ho invece una crepa
o forse è il segno di una penna su un muro
era da piccolo che scrivevo sui muri
poi quei muri li hanno buttati giù.
LXX
Voi che il fondo non lo conoscete
e vi bagnate solo a riva,
ditemi cosa si prova
ad avere i piedi sempre asciutti.
E se potete, porgetemi
la mano intonando
la filastrocca.
LXVIII
L'estate - ogni estate - è finita
sotto la riva delle conchiglie
e i tuoi occhi brillano
come se fossero gli ultimi.
LXIV
(22) "Il tempo passava adagio, come fa negli alloggi vuoti" (C.PAVESE, La bella estate). Pavese qui dice che lo scorrere del tempo dipende da una certa distrubuzione dello spazio. Ma non è solo questo: v'è un elemento ulteriore che qualifica questo stesso spazio: e cioè il fatto che questo spazio sia vuoto, cioè che non ci sia niente, probabilmente non nessuno, poiché per enunciare la frase, per dire che c'è uno spazio vuoto, c'è pur sempre bisogno di qualcuno che lo dica. Di qualcuno, un essere forse umano che, guardando il soffitto e scoprendo che certe macchie d'umidità gli ricordano le facce di vecchi amici, possa dire che quello spazio è veramente vuoto.
(23) André Gide definisce l'etica come "scienza della utilizzazione perfetta di sé per mezzo di una costruzione intelligente" (da L'immoralista). Ora, in che senso l'etica può essere considerata una scienza? Si tratta di una pretesa legittima? Volendo muoversi attraverso qualche definizione grezza ma non per questo poco veridica, potremmo dire che se l'etica vuole essere scienza, allora essa deve mascherarsi come tale: ordinare conoscenze attraverso un metodo; determinare una regione dell'essere come oggetto, ossia come contenuto obiettivabile dell'essere; aspirare alla verità. Ma, fatto questo, e volendo per un attimo prescindere da ogni critica di tipo genealogico, non è che poi quest'etica che si concepisce come scienza finisce per essere una vuota deontologia?
(24) La poesia che apre l'omonima sezione di Ossi di seppia ha per tema - sempreché una poesia possa avere un tema - la negazione, o le negazioni. La prima e l'ultima strofa si aprono con un "Non" e l'ultima strofa ne presenta altri due, in corsivo, nell'ultimo verso. Nel dettaglio: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato. / Ah l'uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro! / Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Sotto avevo annotato a matita quanto segue: la negazione: timida affermazione di un'identità attraverso la negazione. Quasi che noi fossimo il resto di un'esclusione.
LXIII
D'ora in poi, si torna alle vecchie abitudini:
Ho da dirvi poche cose
e nessuna di queste
vi sarà utile.
Non si tratta né di cose vere
né di cose false:
sono solo quelle poche cose
avute come nel segno di un errore -
fermati quando l'eco del cemento
sarà il tuo ritornello -
come il pegno d'un dolore sorgivo
dal petto che strozza e rinchiude,
lasciandoci secchi.
XLV
Perché nel prenderti la mano
ho esitato l'altro ieri,
avevi nella stanza un girasole
l'hai bevuto tra le ceneri.
Mi hai aspettato questa notte
alla luce dei lampioni,
io avevo uno stupido biglietto
tu la mia chitarra nel cassetto.
Ti ho aspettata questa notte
alla luce dei lampioni,
tu eri il ricordo della pioggia
io la terra che non schioda.
E avrei ancora da chiedere alla luna
dove il vento le fa strette,
ma le spade non tagliano l'acqua
e il cuore non ricresce.
XLI
Quasi non mi abituo
alla parola che stacca una pietra
dai muri: ci vuole poco a farne
polvere nel silenzio
del fabbricato.
XXXVI
Sento l'armonica a bocca
ma è solo l'altalena
a sibilare la stagione,
il suo ritmo di canzone.
Il coro lo fanno le cicale:
che ne dici,
è abbastanza?
Intanto sotto le foglie del noce
le formiche tornano indietro
mentre tu giri in tondo.
XXXV
Del vecchio arcobaleno
hai solo la pioggia
che piange lacrime di biancospino.
È strano, ma il tuo ritratto
non aggiunge niente al mattino.
XXXIII
Prendo a scrivere piano
ma tu mi chiami al telefono
e dici che hai sentito.
Provo allora a spiegarti
che non avrei voluto svegliarti
ma mi dici che non so mentire:
di quali fiori hai appassito
il giardino del bucaneve?