"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
lunedì, 08 giugno 2009
LXXXIII

Questo post è dedicato a N.

Dopo qualche tempo di forzata lontananza da qui, lascio una traccia del perpetuarsi della mia esistenza. Si tratta di una cosa che leggevo oggi e che mi ha fatto pensare alla situazione che stiamo vivendo attualmente in questo paese. Ci sono almeno due passaggi di quanto andrò a citare che ci riguardano molto da vicino, indovinate voi quali:

    
È (...) compito della scienza (...) risvegliare in tutti la sensazione che questo mondo è diventato denso di pericoli, e di far conoscere quanto sia importante che tutti gli uomini, indipendentemente dai pregiudizi nazionali o ideologici, uniscano i loro sforzi per affrontare questi pericoli. Naturalmente è più facile dire che fare, ma in ogni caso si tratta d'un dovere a cui non è più possibile sottrarsi.
      Lo studioso si trova personalmente di fronte all'amara necessità di dover decidere, senza preconcetti, in base alla propria coscienza, quale sia buona o, addirittura, quale tra due cose sia meno cattiva.  Non possiamo ignorare che grandi masse popolari, e con loro i potenti che le governano, agiscono spesso in modo insensato, accecate da pregiudizi. Chi presta loro l'appoggio delle sue conoscenze scientifiche si può trovare facilmente nella situazione di cui parla Schiller nei suoi versi: "Guai a chi presta all'eterno cieco la fiaccola celeste della luce; essa non gli largisce i suoi raggi, essa non può che incendiare, essa incenerisce città e province."

WERNER HEISENBERG



Scritto da: 5555555555 alle ore 20:34 | link | commenti (4) | categoria: politica, riflessioni, diario, filosofia, fisica, critica, attualità, società
venerdì, 14 novembre 2008
LXXI

Lettera aperta all’Italia che muore

È terribile morire di sete in mezzo al mare.
Dovete voi dunque salare subito tanto la vostra
verità che essa non estingue più la sete?

FRIEDRICH W. NIETZSCHE

Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione
di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.

SERGIO BOLOGNA

Cara Italia,

Ho più di vent’anni e anche meno di venticinque. Sono troppo giovane per morire ma abbastanza vecchio per rendermi conto di essere senza futuro.
Sono nella mia stanza, stasera, che guardo tutti questi libri che ho comprato negli ultimi anni. Ho speso tantissimi soldi: bancarelle, librerie, internet. Ne ho comprati davvero tanti, e molti li ho persino letti. Ora sto scrivendo una bella tesi di laurea in filosofia. Grazie Italia.
Perché mi hai permesso di scoprire la filosofia in un liceo di provincia. Perché mi hai dato un professore che mi ha fatto innamorare della filosofia. Che mi ha spiegato Platone, Aristotele e Hegel come meglio non poteva. Grazie Italia.
Perché mi hai dato la possibilità di iscrivermi ad una università. Sono 5 anni che vi studio quello che mi piace. Ho finito tutti gli esami in tempo e ho deciso di dedicare un anno a questa tesi. Sai che l’argomento su cui sto scrivendo lo studio da 3 anni? Grazie Italia.
Mi hai dato l’opportunità di crescere in un’istituzione fatiscente e declinante. In questi cinque anni ho dato esami su materie improponibili e ho dovuto sopportare gente che ai corsi è stata capace di dire che il “dionisiaco” di Nietzsche è come “il carnevale di Rio”. E come immaginerai, non mi riferisco a nessuno dei miei colleghi. Grazie Italia.
Perché mi hai fatto studiare in un’Università feudale. Con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento hai permesso che si moltiplicassero ad libitum le cattedre, in sostanza non facendo altro che ratificare l’esistenza delle cosiddette baronie. Tutti gli ‘amici’ di Tizio e i gli ‘amici degli amici’ di Caio sono assurti al ruolo di magnifici luminari e, pur di permettere loro di fare qualcosa, hai creato cattedre di Storia della filosofia austroungarica degli anni zero. Invece di fare qualcosa contro questa prostituzione del sapere, hai preferito risolvere il problema svendendolo gratis. Grazie Italia.
Perché in una delle assemblee a cui ho partecipato, ho sentito un ‘precario della ricerca’ dire che ci avevano truffato. Che quando da piccoli ci dicevano che con lo studio saremmo arrivati lontano, be’, ci stavano raccontando una balla colossale. Ci hai preso in giro. Grazie Italia.
Hai permesso che Dario Farina perdesse un concorso per ricercatore a favore di un tizio che aveva ventotto pubblicazioni in meno. Hai lasciato che Dario Farina emigrasse. E come lui tanti altri. Grazie Italia.
Tu hai permesso che il valore sul mercato delle nostre lauree diventasse pari a zero. Hai deciso che dovevamo fare duecento master e settecento corsi e duemila concorsi per garantirci il precariato a vita. Sei riuscita a distruggere ogni speranza per le nostre vite con una politica economica selvaggia e vantaggiosa solo per pochi manager plenipotenziari. Grazie Italia.
Tu premi il nullafacentismo e il nepotismo. Tu preferisci le sofisticherie del potere al merito dell’intelligenza. Mi hai insegnato che chi va avanti nella ricerca è chi è protetto dal professore giusto. Mi hai insegnato che ai concorsi non vince quasi mai il migliore ma il più ‘adatto’. Mi hai insegnato che non vuoi opporti alla formazione di lobby del potere e che anzi ne incentivi la proliferazione e addirittura ne sancisci la legalizzazione. Grazie Italia.
Solo perché ho incontrato una persona che in questi anni mi ha ‘insegnato’ veramente qualcosa non posso ringraziarti. Un’istruzione di prima qualità, in un paese come il nostro, non dovrebbe essere l’eccezione, ma la regola. Grazie Italia, perché la mia formazione finirà nel vuoto.
E infine ancora grazie Italia, perché almeno sarò in buona compagnia.

P.S. Io domani non sarò a Roma con tutti gli altri. Io domani resto qui solo perché non sarebbe giusto partecipare ad una cosa così grande dopo essere mancato, di fatto, al piccolo. Sono mancato al fermento di questi giorni perché ho voluto scrivere e sacrificare il mio tempo a quello che ritengo l’ultimo atto d’amore verso la materia che con tanta passione ho studiato negli ultimi anni. E questo per un motivo molto semplice: perché dopo non potrò più studiare così.
Ma voglio dire a tutti quelli che hanno a cuore le sorti di questo paese, che il problema non è la Gelmini, e forse nemmeno Berlusconi. Berlusconi e la Gelmini sono solo una conseguenza di quello che la nostra storia ha prodotto in questi anni. Siamo noi che li abbiamo voluti.
Dobbiamo innanzitutto cambiare noi stessi – e questo a cominciare da chi scrive. Solo dopo potremo cominciare a pensare che si possa cambiare qualcosa di molto più importante.

In fede,
5555555555

                                           
Scritto da: 5555555555 alle ore 03:25 | link | commenti (7) | categoria: politica, riflessioni, diario, prosa, autocritica, attualità, società, autobiografismi
venerdì, 18 gennaio 2008
XLVI

Quando ho saputo che il buon Ratzinger non sarebbe intervenuto in occasione delle celebrazioni per l'apertura dell'anno accademico all'Università La Sapienza di Roma, ammetto di esserci rimasto un po' male. Ho trovato di dubbio gusto la resistenza opposta da quei 67 docenti e da quei tanti studenti che hanno manifestato contro la visita del pontefice. E questo non perché in me si sia riaccesa la fiammella di uno spirito guelfo fuori stagione, ma perché questo mancato incontro rappresenta uno scacco non indifferente per la ragione “pubblica”, se così la si vuol chiamare.
Certo questo papa non è esattamente il meglio in quanto ad “apertura” e “dialogo”: nominato da Wojtyla capo della Congregazione della dottrina della fede nel 1981, da allora non ha mai mostrato particolare propensione alla “discussione” e al “rinnovamento” e anzi, la sua politica ecclesiastica si è sempre contraddistinta per lo spiccato conservatorismo e, perché no, per i suoi intenti reazionari. Eppure, e forse proprio per questo, non bisognava metterlo nelle condizioni di declinare l'invito del rettore Guarini. E sì, perché adesso Benedetto XVI è il martire di quel cieco laicismo che ha eretto la ragione scientifica a somma guida del suo agire e la vittima di quel positivismo che non riconosce altra verità se non quella “matematica”. Lui che ripesca dall'armadio vecchi abiti papali – il camauro risale al Rinascimento, lui che ha rivoluto la messa in latino, lui che ancora ritiene contro natura l'omesessualità e ogni tipo di contraccezione, lui che ha chiuso alla teologia della liberazione, lui che si è fermato alla “doppia verità” dei medievali, è oggi diventato un grande intellettuale vittima della censura. In questo senso, credo che la rinuncia del vecchio Joseph vada letta come figlia di una precisa strategia politica: ritirandosi elegantemente dalla contesa, egli ha infatti inteso dimostrare la ragionevole superiorità dell'uomo di fede nei confronti del fideistico oscurantismo del laico.
Non c'è che dire, dunque: un'occasione persa per un confronto, qualora sia mai possibile un confronto reale tra chi crede e chi non crede, e, in più, lo smacco di una sconfitta politica di non poco conto per il fronte laico.
Scritto da: 5555555555 alle ore 15:51 | link | commenti (7) | categoria: politica, riflessioni, religione, attualità, società
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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