"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
lunedì, 10 settembre 2007
XIX

Il sesto mese


Uno degli esercizi in cui profondo le energie della mia riflessione riguarda la costruzione dei ricordi. In particolare, destano il mio interesse la straordinaria plasticità che essi presentano riguardo al vissuto cui rimandano e la conseguente assoluta indeterminazione che rivelano rispetto a loro stessi. Ora, se ciò che ho descritto sopra sono le specificazioni più peculiari della loro essenza, e se veramente è da intendersi che tale essenza abbia proprio queste e non altre come prime e fondamentali determinazioni, allora va detto che questa individuazione non è immotivata: difatti, essa deriva dalla necessità che si stabilisce tra un autore e la sua storia. Il dovere, se qualcosa è andato storto, di cancellarne un pezzo, anche importante, e scriverlo da capo, fino a che tutto non trovi la sua più naturale collocazione.

Data questa premessa, lasciate che proceda per tentativi nel raccontarvi qualche minuscolo frammento della mia vicenda.


Avevo sei anni e il corpo maculato. Minuscole chiazze rosse talmente fitte da creare in me l'illusione di essere un pesce rosso, di quelli che comprate alla fiera del paese e muoiono dopo tre giorni. Però mia madre diceva che era solo morbillo e che avrei vissuto ancora per molto tempo. Avevo sei anni e il corpo maculato. Minuscole chiazze rosse tappezzavano il mio corpo, ma rimanevano comunque degli spazi bianchi, giusto per ricordarmi di non essere un pesce rosso, di quelli che potete comprare alla fiera del paese e muoiono dopo tre giorni, perché, dopotutto, anche un bambino sa di non poter essere un pesce. Mia madre diceva che forse ero allergico al pollo.

Avevo cinque anni e mi ero appena svegliato. Era una sensazione di cui non ero ancora del tutto cosciente; sembrava che potessi osservarmi dall'esterno sbadigliare, sentirmi male. Quel giorno vomitai sul pavimento verde della cucina. Mio nonno disse che era stata la pizza. Avevo cinque anni e mi ero appena svegliato. E posso dirlo con certezza: per un attimo, sono stato davvero io quel bambino. Io, quello che a cinque anni si è sentito male e ha vomitato sul pavimento verde della cucina. Mio nonno disse che era stata la coca cola.

Avevo due anni e mio padre tutte le sere mi lasciava addormentare e poi mi portava nella mia cameretta. Avevo paura del buio, ma non fra le sue braccia. Avevo due anni e mio padre tutte le sere mi lasciava addormentare e poi fra le sue braccia avevo ancora paura del buio.


C'è una sola cosa della mia infanzia che ricordo in ogni suo particolare. Mio padre che se ne va di casa il giorno di San Valentino del 1990 e io lo vedo bagagli alla mano lasciarmi alle spalle. Quella volta devo aver chiesto a mia madre «Ma papà dov'è andato?» e lei deve aver risposto «Papà è andato a suonare, farà tardi». Mio padre era un musicista e perciò non lo trovavo affatto strano che stesse via di casa per molto tempo. Sapevo dalle lunghe attese di mia madre, la notte, con gli occhi fissi sul tavolo, che bisognava imparare ad aspettarli, i musicisti. Solo che da quella sera cominciò a piangere di nascosto in cucina e fu allora che cominciai a nutrire dei sospetti. Deve essere stato a quel tempo che la mia coscienza è diventata tutta un singhiozzo così lungo.


I miei genitori si sono separati nel 1990, quando avevo sei anni. Ci rimasi piuttosto male, soprattutto perché pensavo che fosse colpa mia, perché è tutto quello che pensano i bambini. Ogni tanto pensavo anche alla sua nuova famiglia, ai suoi nuovi figli, a mia sorella che quel giorno dormiva. Per dio, non aveva nemmeno due anni. Era così piccola, così buffa, con tutti quei ricci. Tutto quello che pensavo era che non fosse giusto: per lei e per la considerazione che il resto del mondo sembrava avere di noi: nient'altro che il mancato tentativo di trascinarsi ancora insieme per un po'.


Il giudice decise per l'affidamento in favore di mia madre e stabilì che mio padre potesse vederci una volta a settimana. In più le vacanze alterne, ma lui si limitò a portarci sulle giostre per dieci anni e mi chiedo ancora oggi se non avesse di meglio da fare in quelle due ore che comprarci gelati.


Mia madre, subito dopo la separazione, lavorava fuori città per guadagnare qualcosa in più: usciva di casa alle sei del mattino, tornava alle dieci di sera e spesso io non la vedevo nemmeno perché mi ero già addormentato. Mi portava degli ovetti di cioccolato quando tornava e una volta stavo per rimetterci un occhio. Poi, mentre diventavo più grande, il mio naso ha preso a sanguinare regolarmente ogni estate. Dicevano fosse il caldo o i capillari fragili. Avevo sedici anni e usavo borse di ghiaccio per fermare le emorragie.


Ero in terrazza che leggevo quando me lo dissero. Un adenocarcinoma al colon. Dunque mio nonno non era immortale. Fu una brutta sorpresa. La notte prima che si operasse c'ero io con lui. Sapeva che gli rimaneva poco ed io gli feci una promessa. Mi disse che non avrei dovuto stare in pensiero e che avrei dovuto provare a dormire.

I medici gli diedero sei mesi. In sei mesi si fanno tante cose, pensavo. Solo che poi ogni giorno che tornavo da scuola – ero all'ultimo anno di liceo – arrivavo a casa con la paura in corpo, il timore di averlo visto la mattina per l'ultima volta. Sì, perché il solo fatto di vederlo, anche se in quelle condizioni, anche se con quella condanna scritta in faccia, bastava a rassicurarmi. E potevo ancora illudermi per un poco che quel rantolo si tramutasse in un respiro.


Aveva chiesto di me prima di andarsene. Io lo sapevo che sarebbe voluto morire tra le mie braccia. E così gli ho lasciato fare. Vidi, quando le sue labbra diventarono violacee, il colore della morte; mi accorsi che sei mesi erano passati in fretta e che io certe cose non potevo proprio controllarle. Non bastava conoscere la matematica o la fisica. E nemmeno la filosofia. Non basta tutta la conoscenza del mondo. Però gli avevo detto che gli volevo bene e questo era sufficiente.

Sono rimasto da solo nella sua stanza, accanto al suo letto di morte, immobile, quasi nell'attesa che il cadavere si decomponesse da un momento all'altro, o forse impaziente di ricevere un ultimo cenno di approvazione.

Prima che mi addormentassi, quella notte, mi ha accarezzato per un'ultima volta la fronte, come a ringraziarmi per i babà. Come ad augurarmi buona fortuna.


Una volta sono andato a Genova e ho conosciuto Cristoforo Colombo. Lo dissi a mio nonno e lui rise. Non mi disse che era morto.


Scritto da: 5555555555 alle ore 14:31 | link | commenti (20) | categoria: racconti, disegni, prosa

Commenti
#1   10 Settembre 2007 - 15:33
 
Grazie.
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#2   10 Settembre 2007 - 16:21
 
@occhiorientali: Prego. Ma grazie di che?
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#3   10 Settembre 2007 - 19:40
 
Sì.
utente anonimo

#4   10 Settembre 2007 - 19:42
 
@utenteanonimo: ma sì a cosa?
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#5   10 Settembre 2007 - 20:52
 
Spesso penso alla scrittura come a qualcosa di eccessivamente sofisticato; ma quando poi mi trovo da un lato questi insiemi ben studiati di parole,
e dall'altro una tale concentrazione di emozioni vere,quasi tangibili...Beh, credo che unire il tutto sia d'obbligo, oltreché magico.
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#6   10 Settembre 2007 - 21:41
 
Sì a questa scrittura, direi. Ma questo non implica un giudizio oggettivo, ma solo soggettivo.
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#7   10 Settembre 2007 - 21:56
 
@bellallegria: Grazie..Però forse la magia vera risiede in altre cose. Magari nelle persone che ci restano e nel ricordo di quelle che se ne sono andate. E magari quelle erano solo parole...

@Tez: e pensare che questa cosa è nata per caso qualche mese fa dopo un'accesa discussione...è dunque un racconto-confessione scritto di getto, in cui ho corretto pochissime cose, proprio perché voleva essere immediato, centrare il punto senza fronzoli, aderire il più possibile a quello che avevo in corpo, fare i conti con quello che avevo nella testa già da qualche anno è che è uscito fuori all'improvviso, in tutta la sua, spaventosa, forza...
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#8   10 Settembre 2007 - 22:21
 
Evidentemente ti sopravvaluto.
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#9   10 Settembre 2007 - 22:48
 
@bellallegria: lo scopriremo solo vivendo, non credi?
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#10   10 Settembre 2007 - 22:52
 
...è che Battisti non mi garba.
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#11   10 Settembre 2007 - 23:50
 
Mi piace la premessa (anche).
Forse perchè hai sceto "costruzone"... in fondo molti scrittori non hanno fatto altro che scrivere dei ricordi ben costruiti, e non necessariamente i propri.
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#12   11 Settembre 2007 - 03:42
 
@bellallegria: bah, la sostanza rimane quella, se prescindi per un attimo da Battisti...

@Vdipassaggio: Credo che la scrittura non sia altro che una specie di ricordo...

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#13   11 Settembre 2007 - 19:34
 
Toccante, molto...
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#14   11 Settembre 2007 - 23:56
 
@guerny: questa cosa pare riscuotere successo...
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#15   12 Settembre 2007 - 01:02
 
complimenti e in bocca al lupo per il tuo blog
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#16   12 Settembre 2007 - 02:05
 
@Sendo84: Grazie mille...
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#17   13 Settembre 2007 - 00:46
 
No, non si può prescindere da Battisti.
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#18   13 Settembre 2007 - 16:31
 
@bellallegria: come preferisci...
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#19   14 Ottobre 2007 - 14:11
 
oggi no ho tempo ..ma giuro che ripasso e leggo tutto il post.Ti ringrazio intanto di essere passato per il mio blog.
Ciao Giovanni.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Giovanni1984

#20   14 Ottobre 2007 - 14:23
 
@Giovanni1984: Grazie a te per essere passato. Torna pure quando vuoi.
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