"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
LXXVII
Questo noce aspetta la notte
come io aspetto te:
che tipo di luna
vedi ora crescere sui rami?
LXXVI
Da piccolo ho guardato un cartone animato; si trattava di un ragazzo che non riusciva a decidersi tra due ragazze. Me ne appassionai per via della sigla: c’era una scena in cui lui e una delle due ragazze rimanevano da soli ad aspettare un autobus a tarda sera. Lei era stanca e appoggiava la testa sulla spalla di lui – la destra; lui faceva la sua solita faccia da ebete e l’immagine si dissolveva.
Ecco, io quella scena da piccolo non sono mai riuscito a vederla. Eppure io il cartone l’avevo visto tutto.
Ultimamente l’ho cercato e ho trovato tutte le puntate su youtube. E alla fine l’ho trovata. Lei si era già gettata tra le sue braccia e gli fa: “stasera posso rimanere da te?”
Poi arrivò una macchina e lei se ne andò via e lui rimase lì a fissare la panchina.
Qualche giorno dopo ho scoperto che molte scene della serie originale erano state censurate dalla TV per permettere la messa in onda del cartone in un contenitore per bambini. Io non lo sapevo, ma a quanto pare quella scena non avrei mai potuto vederla.
Io avevo aspettato così tanto una cosa che non c’era.
LXXV
Eternal sunshine of the spotless mind #5
Dormiva accanto ad un albero di Natale. La mattina si svegliava per il trambusto che c’era in casa e trovava la neve finta che gli finiva sul cuscino. In realtà però dormiva poco, perché usciva tutte le sere, tornava tardi, e leggeva le sue graphic novel fino all’alba prima di addormentarsi.
Quella sera però le luci della città si sarebbero spente prima del previsto. Lui lo sapeva e si stava rassegnando all’idea. Sapeva anche che per quell’anno l’unico regalo tanto desiderato – forse l’unico realmente desiderato della sua vita – non sarebbe mai arrivato. Eppure si trattava solo di una tazza di caffè.
21 settembre
È la vigilia di Natale. Ed è un giorno davvero indicato per apprezzare ancora di più il fatto che sono solo.
Sono le sei del pomeriggio e mi aggiro per casa con un bicchiere di vino pieno per metà. È l’unico regalo che mi sono fatto. Qui fa freddo e c’è la neve; ma il luogo davvero più freddo in tutto questo mondo non è fuori dalla finestra.
Qualche anno fa mi avevi promesso che mi avresti seguito ovunque, che saresti tornata con me se ne avessimo avuto l’opportunità. Poi è arrivata quella telefonata e noi potevamo andare, potevamo farlo davvero. E invece sei rimasta lì, perché, dicesti, “il mio posto ormai è qui”.
Questa sera sto pensando a te e a come te la passi. In fondo non vorrei che tu stessi male.
LXXIV
Le notti inutili
«Queste sono soltanto ombre delle cose che sono state», disse lo Spettro.
«Non si accorgono affatto di noi.»
CHARLES DICKENS
Rocco Spinnici viveva a sud di Londra, in un piccolo ma delizioso appartamento che si era comprato con i risparmi di dieci anni. Aveva un gatto che aveva chiamato Budino e un cactus che aveva chiamato Spillo. Mangiava spesso cinese e aveva una vestaglia da camera color blu notte. E viveva da solo.
Lavorava come barman in uno dei più esclusivi night della città; quella che avrebbe dovuto essere una sistemazione provvisoria da cameriere, si era trasformata in una scelta per la vita di servire superalcolici a dei cazzoni di vent’anni che avevano una paghetta ben superiore al suo conto in banca. Questa cosa gli procurava non poco fastidio. Per la verità questa forse era anche l’unica cosa che gli dava fastidio nel vero senso della parola.
A differenza di quello che potreste immaginare, infatti, Rocco non coltivò mai una vera e propria vita sociale, nonostante il suo lavoro avrebbe come minimo dovuto fargli conoscere dieci persone ogni sera. Sì, perché anche se pensate che quando la gente è seduta al bancone di un bar e tu le servi dell’alcol sarebbe capace di dirti qualunque cosa, anche il segreto più schifoso della sua esistenza, non è a lui che dovete pensare come confessore, perché lui aveva la faccia sbagliata. Intendiamoci, non che avesse qualche difetto fisico di particolare rilievo, ma era l’intero viso, la sua espressione scorbutica e al tempo stesso così fredda tanto da riuscire a celare persino questa scontrosità, a renderlo inadatto al ruolo del confidente.
Non parlava con nessuno di niente. Nonostante il suo inglese fosse ormai ottimo e riuscisse a capire anche quello che le persone si dicevano sui treni, Rocco non aveva alcun interesse per gli altri esseri umani. Sembrava venire da qualche lontano e sperduto pianeta alieno abitato da replicanti senza emozioni.
E poi lui quella notte se la ricordava bene. Pioveva e c’era la nebbia. Guardava scorrere il tempo dalla finestra, anche se non avrebbe saputo dire bene in quale direzione. Dietro ad un vetro il passato ed il presente si equivalgono. Il fantasma del Natale passato dice infatti che tutte le persone del nostro passato hanno la stessa faccia. La cosa gli fu rivelata da una luce improvvisa. Era la vigilia di Natale, e lui si era accorto che la solitudine era stata soltanto la soluzione più semplice.