"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
venerdì, 26 ottobre 2007
XXVIII




Strada dissestata

“Era strano non avere io, come un bimbetto
lasciato tutto solo in una grande casa,
un bimbetto che sapeva di poter fare
qualunque cosa volesse, ma si accorgeva che
non c'era nulla che volesse fare...”

Francis Scott Fitzgerald


Forse mi pentirò di quanto sto per fare, ma tant'è...
Dunque, credo sia giunto il momento di venire a noi. Qualche tempo fa ho provato a scrivere una serie di racconti che mi riguardassero cercando, in qualche modo, di dare un senso a questo scombinato disegno che mi prevede sveglio ogni mattina. Ebbene: il tentativo è naufragato causa scarsa vena. O forse, è riuscito solo in parte: per la precisione, ne è riuscita solo la terza parte (http://discanti.splinder.com/post/13780270). Fatto sta che comunque il proposito originario non è stato realizzato nella sua interezza. E io sono piuttosto testardo, nonostante tutto. Perciò è forse il caso che sia più chiaro in merito.
Mi è giunta voce che io sia uno che guarda la gente dall'alto in basso. Sarà – mi dico – che essendo alto un metro e novantuno è così che devo fare per vedere la maggior parte delle persone. Questione di percezione e di organizzazione spazio-temporale dell'esperienza: il mio modo di rapportarmi con gli altri è racchiuso in uno sguardo obliquo. Sono tentato dal sostenere che, per quanto mi riguarda, quest'inclinazione dello sguardo sia la forma a priori di ogni possibilità che ho di conoscere qualcuno o qualcosa, ma decisamente non sono un kantiano e allora desisto. Però è probabile che vi sia una certa ricorrenza di questo atteggiamento: una vera e propria predisposizione d'animo. Ma non voglio nemmeno nascondermi dietro queste determinazioni giusnaturalistiche e perciò preferirei procedere oltre.
Non ricordo dove ho sentito che siamo la somma delle nostre esperienze. Se permettete, vorrei postulare la veridicità di quest'asserzione. Proviamo allora a fare due conti.
Quando ero piccolo avevo eletto a mio nascondiglio un mobile della cucina dei miei nonni: a quel che ricordo, si trattava di una specie di rettangolo che aveva un'anta di un verde veronese posticcio, delle linee nere a contorno di non so cosa, ma sapeva di buono, come del resto qualunque cosa facesse parte di quella cucina. Se non sbaglio, erano state persino tolte le mensole al suo interno, per garantirmi una maggiore libertà di movimento. In realtà non è che fossi troppo esagitato: non mi muovevo affatto, in verità, e spesso restavo nello stesso posto ore ed ore con i lego e, stando ai minuziosi racconti di mia madre, costruivo piramidi e templi e plasmavo a mia immagine e somiglianza intere civiltà.
Sembra che abbia cominciato a scrivere a quattro anni e che all'ultimo anno di asilo fossi già in grado di leggere con buona espressività. Ma piangevo lo stesso. Poco più tardi scoprirono che avevo una certa propensione per la matematica: e quello fu solo l'inizio. Ero, indubbiamente, un bambino veloce: più rapido nell'apprendere dei suoi coetanei, fors'anche più studioso e giudizioso, o forse solo più curioso. La storia è poi andata avanti, grossomodo, sempre così: solo che più diventi grande più la tua diversità diventa evidente. Se poi la tua insegnante di fisica comincia a chiamarti “Albert”, questa diversità può davvero cominciare a pesare. Soprattutto perché devi prendere coscienza che tu, per gli altri, gli indefiniti molti, sei il tuo Cervello. Sì, forse non è corretto saltare subito alle conclusioni, forse troppi argomenti non sono stati esplicitati, ma poco importa. Tuttavia, a parziale conferma, vi offro quanto trovato qualche giorno fa sulla foto ricordo dell'ultimo anno di liceo: “Ti aspettiamo a capo dell'universo!” (chi, io?), “Sei la persona più intelligente che io abbia mai conosciuto” (molto bene), “Al tuo luminoso futuro, arriverai lontano” (e chi ve lo dice?). C'è solo una dedica che si discosta dalle altre: il tono è quello di un rimpianto condiviso e c'è la promessa di un ricordo.
È banale, ma gli uomini hanno paura della diversità e tendono ad emarginarla, ed in questo modo ne esorcizzano la pericolosità. E la storia della mia intelligenza (leggete questo vocabolo nella più ampia accezione possibile che riuscite a dargli) è la storia della mia solitudine. E badate bene: qui non si tratta di una solitudine quantitativa: uno quando prendi l'autobus, uno quando cammini per strada, uno quando vai al cesso, uno quando torni a casa da scuola e fa un freddo cane e hai le mani crepate, uno quando ti pianta la ragazza; qui si tratta di una solitudine qualitativa e fondamentale: un complesso di affezioni auto-emarginanti: da un lato, gli altri ti mettono da parte perché non sei come loro, dall'altro, sei tu a metterti da parte perché senti che la tua differenza può farti male. Scopri, volente o nolente, che la tua identità personale costa la tua identità sociale: è esattamente questo il suo prezzo. Molte persone pagano senza fiatare; per altre è più difficile. Per altre è addirittura impossibile.
L'altro giorno, tornavo dall'università in treno: mi è venuto in mente, guardando uno di quei palazzoni grigi, quella volta, a pranzo. Lui mi fa che dovrei stare attento a quello che dico, perché lei è più piccola, perché io so più cose di lei, perché io sono intelligente, perché io sono di più, e allora non posso stare lì troppo a parlarci facendole pesare questo. Io sono esattamente il motivo per cui non devo essere me stesso sino in fondo. E ho imparato a credere, col tempo, che ciò fosse giusto.
Ma non crediate che io stia cercando di catturare la vostra simpatia. Sono un bastardo come tutti gli altri e anche io so difendermi. Precisamente, la mia strategia di difesa dal pericolo dell'emarginazione sta nell'inclinazione dello sguardo. Io vi guardo dall'alto per evitare la sofferenza e l'abbandono. In fondo, i miei occhi rarefatti e assenti hanno funzionato bene per più di vent'anni. Hanno scavato quel vuoto che mi fa d'armatura, come dice Houellebecq, e io la indosso sempre, anche se non la vedete. Volendo allargare la prospettiva, la mia vita non è che il vacuo frammento di un vuoto più grande, e a sua volta questo vuoto è il frammento di un altro vuoto e così via.
Sapete, uno a volte chiede solo di poter essere non troppo dissimile dall'immagine che ha di sé. Perché è a seconda dell'idea che ci facciamo di noi stessi che troviamo una giustificazione alla nostra fortuna.
Scritto da: 5555555555 alle ore 04:58 | link | commenti (17) | categoria: frammenti, flussi, saggi, prosa
mercoledì, 17 ottobre 2007
XXV

Un giorno, quando sarò abbastanza
grande da montare un gazebo
e avrò una familiare grigia,
voterò per il partito democratico.
Quel giorno sarà da molto morto
il ragazzo che leggeva i classici russi
e il tizio pelato che l'ha ucciso
con la laurea e la scrivania
gli pianterà una bella croce sul foglio.
Ripiegato per bene, si confonderà
nel mucchio dell'urna,
anonimo allo spoglio.
Scritto da: 5555555555 alle ore 13:10 | link | commenti (13) | categoria: poesia
sabato, 06 ottobre 2007
XXIII

Ora chiedo alla Poesia la parola libera della mia voce

Se esiste se vera
se può costruire un verso epico
o grattacieli o sonagli o acanti o campi

Campi coltivati     verderame    treno di spighe    biciclette    siringhe pestate    palazzo fascista      vacanze estive, verdi vacanze estive di ferro     fili elettrici      b&b    sigari all'anice     pioggia battente       sigarette in macchina     perché alzano le gambe al cielo?     Mangio terra     sapore bagnato di punte     alluci ritmati si contorcono     sulla panchina     il mio futuro sgocciola nel canale

Strada sterrata      pneumatici ciottolosi     cuore a salti    ho un'amica che ride con me     ho un'amica che ride come me      un'amica a cui lo metterei nel culo così libero la mia poesia da ogni timore

Così la mia poesia sarà l'amore eterno di cui non sono capace     un lungo prendere fiato dopo l'amplesso      il singhiozzo della mia solitudine     il singhiozzo contro la mia solitudine    il singhiozzo che diviene parola     la parola che diviene bocca      la bocca che diviene ossigeno

Così la mia poesia sarà il mio ossigeno      gas vitale dei miei giorni    giorni incerti di tutte le stagioni dileguano in unico Uccello     ma sarà un giorno in cui pioverà Sole    un rumore improvviso      e il tempo finirà

Così la mia poesia sarà una panchina.
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:44 | link | commenti (17) | categoria: poesia, flussi
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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